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05 Febbraio 2021

6 Febbraio: Giornata Mondiale contro le Mutilazioni Genitali Femminili


Avete mai sentito parlare di infibulazione o di mutilazioni genitali femminili (MGF)? Anche a causa di un atteggiamento di tabù rispetto a questi argomenti, spesso non è ben chiaro quali siano le caratteristiche del fenomeno e quali siano le differenze tra le sue sfaccettature. Facciamo chiarezza!

 
Ne abbiamo parlato anche qui: Le mutilazioni genitali femminili sono finalmente reato in Sudan

Vanno sotto il nome di Mutilazioni genitali femminili tutte le procedure che prevedano l’alterazione o rimozione di queste parti anatomiche femminili per motivi che non siano di tipo medico. Ve ne sono di diversi tipi, tutte vengono praticare in tenera età, vanno dall’asportazione totale o parziale della clitoride o delle piccole labbra, all’infibulazione (che prevede una sorta di cucitura che lascia spazio solo per espellere i fluidi delle mestruazioni). Nel caso di quest’ultima pratica, le donne vengono spesso infibulate e deinfibulate diverse volte nella vita, per avere rapporti sessuali e partorire.

Sebbene vengano avanzate varie motivazioni per giustificarle (dall’estetica alla presunta maggiore fertilità) tra i motivi che spingono all’utilizzo di queste metodologie non possiamo non citare la volontà di controllare la vita sessuale delle donne, privandole del piacere e della libertà sessuale.

Oltre ad essere pratiche psicologicamente traumatiche per le bambine che vengono costrette a sottoporvisi, hanno anche altre gravi conseguenze: nel breve termine provocano emorragie, infezioni, difficoltà nell’espletare i bisogni fisiologici e nel lungo termine portano a problemi per la sessualità e per il poter avere dei figli. Essendo praticate anche prima dei 14 anni, spesso provocano abbandono scolastico, matrimonio precoce ed impossibilità di lavoro ed indipendenza economica.

Sottoporsi a queste pratiche viene considerato come un passaggio all’età adulta e spesso sono altre donne a praticarle, in un contesto in cui sono considerate normali e necessarie per il proseguimento della vita sociale, il matrimonio etc. Risulta quindi difficile, se non impossibile, per le donne che hanno già subito questa violenza opporsi ad essa, anche se si tratta delle proprie figlie.

Nel mese di agosto è stato pubblicato un articolo, in cui una donna somala di 50 anni, raccontava come lei praticasse MGF, pensando fossero necessarie, mentre ora è un’attivista per sensibilizzare le donne contro queste violenze.

L’African Medical and Research Foundation ha dato inizio ad una collaborazione tra operatori e collaboratori locali in Kenya, per la costruzione di pratiche alternative a quelle delle MGF, che possano mantenere caratteristiche simboliche di passaggio all’età adulta.

L’obiettivo 5 dell’agenda 2030, riguardante la parità di genere ha un indicatore specifico dedicato alle MGF, il 5.3. Esso si propone l’eliminazione, oltre del matrimonio forzato, delle pratiche di mutilazione ai danni delle donne e delle bambine. Questo obiettivo risulta fondamentale poiché oltre a garantire la fine di queste violazioni dei diritti umani, avrebbe ripercussioni in altri ambiti, legandosi ad altri SDGs. Infatti, eliminare queste violenze eliminerebbe anche problemi sanitarie, di impiego e libertà personale che ne sono una diretta conseguenza.

Veronica Lacorte

 

 
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